Covid 19 il disturbo psicologico come strategia d’adattamento
ipocondria, disturbo ossessivo compulsivo, paranoia

Sento la necessità di scrivere anch’io qualcosa sulle cose che ci stanno accadendo in questi tempi infestati dalla Covid 19, di esprimere qualche considerazione sull’epidemia che ci circonda e ci aggredisce, sulla vita da prigionieri sopravvissuti all’assedio, sulle forme di disagio psicologico conseguente (ossessioni sull’igiene, paure fobiche e paranoiche, somatizzazioni e ansia ipocondriaca, isolamento coatto) e sulla grande speranza di andare oltre il coronavirus, dopo la primavera, in estate oppure in autunno, chissà… Provo forte disagio, in questo periodo, quando ascolto o leggo sui giornali i ragionamenti degli esperti sui modi per valorizzare il tempo che abbiamo a disposizione rimanendo a casa. Spiegazioni, in verità ingenue anche quando competenti, sull’opportunità da cogliere con motivazione per cambiare finalmente il nostro stile di vita. Come se fossimo semplicemente storditi dalle notizie e incapaci di capire, non abituati a sfruttare e a godere del nostro tempo libero. Ora, grazie al virus, abbiamo finalmente l’opportunità di contattare noi stessi, occuparci di noi e dei nostri interessi, raggiungere la nostra forma fisica attraverso training e dieta adeguati. Perfettamente performativi grazie al virus e alla condizione di vita riparata che ci si prospetta. È vero, mancano e sono vietati i rapporti umani ravvicinati ma qui viene in soccorso la tecnologia digitale e informatica che ci connette all’istante con chiunque si voglia raggiungere… una enorme comunità di assediati che approfittano dell’insidioso assedio per coltivare finalmente con la giusta cura le proprie vite.

Peccato che questo “privilegio” da cogliere costi migliaia di vittime…

Il mio è un discorso paradossale che enfatizza alcuni elementi dei ragionamenti che sento fare dagli esperti (anche psicologi) con eccessiva disinvoltura. Ma anche al di là di queste mie esagerazioni dialettiche constato una leggerezza di questi discorsi, nel dare senso alle forme preventive di ritiro casalingo, mistificando colpevolmente il significato più onesto e drammatico di queste misure costrittive. Le metafore di guerra utilizzate da altri commentatori per descrivere la lotta contro il coronavirus mi paiono più appropriate, e del resto, nessuno si sognerebbe legittimamente di suggerire esercizi e dieta per rimanere in forma in tempo di guerra mentre innocenti e soldati muoiono fuori, al fronte. Ecco, questo è l’equivoco e insieme il paradosso dei discorsi troppo leggeri di cui parlavo, e la reclusione preventiva che viviamo forzatamente ha innanzitutto il significato di ridurre il rischio di contrarre una malattia insidiosa, talvolta grave e perfino letale. Un vero nemico appunto che non perdona, che ci circonda e ci colpisce con armi non convenzionali, prendendosi gioco dei nostri sistemi di difesa, immunitaria e muraria, minando le nostre sicurezze fino a renderci troppo fragili e troppo vulnerabili.

Quindi ecco un pensiero dirimente nei riguardi dei discorsi (che sento e leggo) e che possono riassumersi nel proverbio “Di necessità virtù”: questa tragedia umanitaria può generare virtù? Mi sembra una bestemmia.

Chi nella vita ha vissuto esperienze drammatiche o è rimasto vittima di tragedie collettive sa che la virtù è solo necessità di sopravvivenza. Il senso di sopravvivenza, quando funziona, ci prescinde, semplicemente ci fa sopravvivere al dolore, alle disgrazie, alle perdite. Poi noi possiamo anche spiegare in modo articolato la nostra strategia intenzionale di sopravvivenza ma questa spiegazione può avvenire solo dopo l’esperienza vissuta. Prima si sopravvive e poi si spiega come… prima qualcosa in noi, che non governiamo noi, ci fa resistere e sopravvivere e poi, solamente poi, può arrivare la spiegazione della strategia che è l’esito dell’osservazione differita e talvolta inconsapevole di come abbiamo fatto a sopravvivere.  Si diventa poi migliori e più saggi, più forti e virtuosi? Non lo so. Innanzitutto e semplicemente, magari anche inconsapevolmente, con paura o con coraggio, ci siamo visti sopravvivere. Certo, s’impara che si è in grado di sopravvivere e resistere (forse oggi dovrei usare la parola resilienza, più à la page) e si può anche raccontare la propria esperienza edificante e di alto valore etico. Il racconto di una storia di sopravvivenza può certo arricchire anche chi lo ascolta, chi è in grado di farne tesoro. Il racconto dei sopravvissuti può essere sempre un arricchimento comunitario e va custodito e tramandato come risorsa.

Qualche esperto (nei cortili social e nei sistemi di informazione) ci spiega che questo periodo di vita casalinga (e di reclusione forzata) può essere un’opportunità per riposarsi, prendersi una pausa dallo stress o per frequentare interessi che non si ha di solito il tempo di sviluppare… La tragedia umanitaria corrente come un’opportunità di riscoperte per “ritrovare sé stessi” per chi intanto si salva? Mi suona inaccettabile.

Resta poco chiaro ma inoppugnabile che questa epidemia, le sue vittime innocenti, i suoi morti quasi anonimi (che non abbiamo la possibilità di assistere né poi seppellire e onorare), i suoi esiti nelle nostre vite, le trasformazioni del nostro modo di vivere odierno (e Dio sa per quanto tempo ancora), le privazioni sociali e di relazione che come una punizione comporta, non sono ora e non possono essere un’opportunità virtuosa da cogliere e di cui approfittarne per nessuno. Questa visione tout court sarebbe raccapricciante, frutto di una macabra scotomizzazione della realtà. In senso morale ed etico. E anche in senso psicologico. A meno che non si voglia mistificare il significato dell’esperienza di privazione e di perdita che tutti stiamo vivendo, alla finestra “dietro le sbarre” o pericolosamente sulla strada. Le vittime e i sopravvissuti, i malati e i guariti, i fortunati e gli sventurati, i coraggiosi e i pavidi, gli spregiudicati e gli scrupolosi, i poveri e gli impoveriti, i vecchi e i giovani, tutti, proprio tutti sono già segnati da questo evento pandemico; per tutti la vita sta cambiando drammaticamente e senza possibilità di scelta. Resta forse ancora poco chiaro ma inoppugnabile che la nostra esperienza di vita trova oggi motivo e significati soprattutto nel dramma umano di dolore e nella tragedia umanitaria che si va configurando giorno dopo giorno. È il virus che dà significato alle nostre vite ora ed è il virus, che piaccia o no, che sta determinando le scelte e le deprivazioni dei nostri governi, delle nostre società e di ogni persona. Naturalmente con perdite e oneri diversi ma per tutti non è più come prima né sappiamo quando potrà esserlo. Ci sono ora vincoli nuovi, inaspettati e soffocanti, limiti alle nostre facoltà umane senza la possibilità di riscatto e qualche volta senza capire. È così o ci si ammala, ci si contagia e si può morire. E allora come reclusi, “comodamente in casa”, non possiamo esercitare normali e quotidiane libertà, non possiamo abbracciarci e toccarci, dobbiamo mantenere le distanze (sempre maggiori, per sicurezza) e possiamo connetterci gli uni agli altri solo attraverso i frutti della tecnologia asettica, attraverso la connessione sul web, col cellulare o attraverso i social. E qui gli psicologi e i ben pensanti devono cambiare passo, opinione, giudizio. I social non sono più, nell’era dell’epidemia da Covid 19, un modo deteriore di comunicazione, una connessione giovanilistica malata che ostacola il contatto autentico che si realizza solo nella prossimità dei corpi; i social diventano ora l’unica possibilità di contatto, di connessione, l’espressione di una necessità umana di base, lo strumento principe per soddisfare il sacrosanto bisogno di relazione, di affettività e di fare comunità. Le connessioni social esprimono quindi, in questo tempo, una necessità, un bisogno inderogabile. In questo momento è giustamente ammissibile, per tutti e non solo per i giovani, connettersi anche per più ore al giorno per resistere, per restare in relazione, umani connessi, membri di una comunità che si estende lungo il segnale sul web.

La realtà umana sta cambiando velocemente, antropologicamente e sta cambiando  anche il senso da dare alle cose, alle parole, alle azioni più semplici e ai comportamenti complessi. Ma tutti i cambiamenti psicologici e sociali che stiamo vivendo, il significato e il valore diverso che diamo alle cose, trovano ora direzione e compimento soprattutto nello stato di emergenza sanitaria e umanitaria, nell’esperienza drammatica di questa improvvisa epidemia che sta assumendo sempre più un carattere pandemico. È l’epidemia mortifera, temuta e combattuta, che sta cambiando il senso delle nostre vite e delle nostre cose. È la vita in stato di pericolo e di emergenza che ci fa dire, ci fa fare, ci fa significare… la nostra vita si orienta, trova direzioni di senso, costruisce significati da dare in riferimento al “nuovo ospite”, Covid 19. Una vera e legittima ossessione, personale e collettiva, culturale e simbolica, sociale e politica.

Nell’era del coronavirus letale i comportamenti prima vessati possono diventare necessari o stranamente salvifici e forse i disagi o i disturbi psicologici possono anche diventare adattativi.

I giovani, gli adolescenti, spesso stanno chiusi nelle loro stanze ipertecnologiche come abitassero nell’Enterprise di star trek e, novelli comandanti Kirk, governano le loro vite iperconnesse attraverso i social ma senza rischiare la prossimità fisica dei rapporti; i giovani nerd stanno certamente patendo anche loro l’immobilità, le limitazioni di libertà e l’impossibilità di stare insieme ma sono già attrezzati per affrontare questo stile di vita privativo di relazioni e che si esprime solo tra le mura domestiche. Questi ragazzi sanno già condurre le loro vite costretti dentro le loro stanze e ora quindi dobbiamo tutti sostituire la critica, legittima per carità, nei riguardi dei loro comportamenti anaffettivi e orientati al distacco sociale, con una nuova valutazione di apprezzamento e questo comportamento che giudicavamo solipsistico e disturbato diventa ora, in questa situazione di emergenza, adattativo in modo inaspettato e stravagante. La considerazione è semplice: chi sa già stare solo e a casa, senza sentirsi prigioniero e claustrofobico, facendosi bastare chat e social per connettersi al resto del mondo, avrà maggiore capacità di resistere e di adattarsi ai nuovi stili di vita imposti dalla necessità di difendersi dal rischio del contagio che ci distanzia e ci isola. Il disagio sociale adolescenziale e il disturbo psicologico narcisistico, che sono motivo di isolamento e ritrosia nei rapporti umani, diventano strumenti efficaci e risorse inaspettate per far fronte alle limitazioni radicali che ci impone l’obbligo emergenziale di restare vincolati a casa. E tutti, che ci piaccia o no, dobbiamo imparare da loro, dai giovani, dagli adolescenti, riottosi alle regole ma mansueti nelle gabbie casalinghe; dobbiamo imparare da loro soprattutto a trasferire le nostre esigenze di contatto e di relazione sulla rete, sui social e affidare le nostre comunicazioni, anche intime, al veicolo digitale e informatico. Il virus ci trasforma, più velocemente e più radicalmente del nostro tempo ipertecnologico, in una comunità di nerd.
Non solo. Anche altri disturbi psicologici si stanno trasformando ora, nella vita in cattività, in comportamenti strategici per sopravvivere, in atteggiamenti adeguati alle precauzioni igieniche e sanitarie necessarie, alle limitazioni relazionali e ai vincoli sociali. Penso ad esempio alle persone che soffrono di ansia, di ipocondria, affette da disturbo ossessivo compulsivo o anche da disturbi di personalità ossessiva. La paura esagerata o ingiustificata di essere contagiati, di ammalarsi continuamente, di contrarre patologie gravi e di rischiare di morire, rende, anzi rendeva prima dell’avvento dell’epidemia, la vita ben più difficile e complicata; le persone ossessive sviluppano frequentemente comportamenti compulsivi dedicati all’igiene, alla pulizia coattiva e ritualizzata; pensieri ossessivi prepotenti uniti a un atteggiamento di estrema e spaventata attenzione al rischio del contagio guidano il comportamento su un versante di precauzioni e apprensioni eccessive. È ben noto a tutti il tipico comportamento igienico ossessivo del lavaggio delle mani ripetuto infinite volte e a nessuno sembrava -psicologi e non- fino ad oggi, fino all’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, un comportamento adeguato e “normale”. Ora il comportamento igienico ossessivo del lavaggio delle mani non solo è adeguato ma addirittura auspicabile per tutti. Tutti quelli che vogliono salvarsi dal virus invasore devono lavarsi continuamente le mani, non devono toccarsi e contaminare il volto, devono “ossessivamente” essere attenti a non toccare nulla, come abili sciatori in uno slalom, né persone né superfici sospette e comunque dopo, sempre dopo ogni contatto -meglio dopo ogni pensiero di contatto-, devono lavarsi bene le mani. L’arma di prevenzione e di difesa più potente contro il nemico per ora invincibile è un comportamento ossessivo…

“20 secondi sotto l’acqua del rubinetto, meglio se bollente, con le mani insaponate, molto insaponate… anzi meglio 40 secondi o meglio ancora 60 secondi… strofinando senza fine le mani, stritolando e annientando quei virus bastardi che possono annidarsi tra le pieghe della pelle… muori coronavirus, soffocato dalle bolle di sapone e annegato dal flusso di acqua corrente dal rubinetto…”

Può bastare? No, meglio non abbassare la guardia. Mai. E essere capaci di ripetere il rito di abluzione e purificazione mille volte ancora, sempre con la stessa perizia e senza cedimento. Il rito del lavaggio è anche un sacrificio propiziatorio e insieme un’esecuzione capitale dei virus fatti prigionieri… bisogna essere un po’ ossessivi o imparare ad esserlo per sostenere con la giusta disciplina questo impegno igienico oggi adeguato alla difesa della nostra salute. Con buona pace mia e dei tentativi psicoterapeutici di convincere le persone ossessive a rinunciare ai loro riti, ripetuti senza fine, di pulizia e disinfezione. Basta cure per le persone ossessive e ipocondriache: oggi hanno ragione loro e possono legittimamente insegnare a tutti come ci si lava le mani, come ci si protegge dalla sciagura. Dico queste cose con un po’ di ironia ma con drammatica onestà. E del resto, anche per riconoscere tempestivamente l’esordio della malattia dall’emergere dei primi sintomi va benedetto e incoraggiato un tratto di ansia ipocondriaca perché favorisce il processo clinico di autodiagnosi empirica per chiedere altrettanto tempestivamente il giusto aiuto medico e sanitario. È il riconoscimento giusto e pubblico della saggezza del “malato immaginario” che ha strumenti più efficaci per fare prevenzione e diagnosi tempestiva. Qui un atteggiamento spartano di chi non si lamenta, non amplifica mai il dolore e non chiede l’aiuto competente può essere pericoloso e molto meno utile per salvarsi. Questo coronavirus ci colpisce spietato nelle nostre fragilità ma, con tragica sorpresa, può rendere vulnerabili anche le nostre acquisizioni psicologiche e i nostri punti di forza. La nostra razionalità e la nostra affettività, i nostri legami e le nostre relazioni, le nostre appartenenze, stanno cedendo il passo all’eccessiva prudenza, alla pusillanimità, all’evitamento e all’isolamento. E così deve andare per affrontare l’assedio dei nemici invisibili.

La cosa che mi dispiace di più però è verificare che anche un atteggiamento diffidente e moderatamente paranoide stia diventando ora utile e propizio alla valorosa causa. Il timore degli altri, la giustificata diffidenza nei riguardi dei rapporti troppo stretti (molto meglio un metro di distanza!) e un senso persecutorio, anche preventivo, diventano ora un equipaggiamento psicologico efficace. Meglio non rischiare. Chi può mai sapere cosa han fatto gli altri prima di incontrarci e avvicinarsi? E se fossero positivi al virus, ci possono contagiare? E se volessero farlo, perché tanto a loro non importa più nulla? E se invece volessero vendicarsi con chi ancora è salvo? Domande scorrette e tragiche che possono tentare le nostre anime fragili…  E nel clima incipiente di impoverimento e di mancanza di tenuta sociale come possiamo restare ingenuamente indifesi ed essere sicuri di non cadere vittime di un’aggressione? Meglio proteggersi e non dare confidenza… e chi, non fidandosi delle indicazioni governative e sanitarie, ha fatto incetta anzitempo di beni di prima necessità e di presidi igienici di pronto intervento, ha sbagliato? E se poi, imprevedibilmente, ci troviamo senza difese e senza provviste? Sono domande che emergono dolorosamente dalla paura, dal terrore paranoide di trovarsi dinnanzi a esiti nefasti… Ma se posso immaginare un mondo ossessivizzato (spero temporaneamente) per difendersi dalle insidie del contagio non posso invece accettare una realtà umana in cui le nostre paranoie persecutorie s’affermano, ci guidano e segnano negativamente i nostri rapporti e i nostri legami in seno alle nostre comunità. La diffidenza ora ci protegge un po’ ma deve, anche in quest’ora, necessariamente, affiancarsi alla fiducia e alla solidarietà umana. Il timore e il sospetto verso gli altri non devono oscurare mai la nostra reciproca solidarietà, non devono mai impedire la conservazione di comunità che salvaguardino i propri legami costitutivi, tutelino e promuovano relazioni empatiche, reciproche e perciò sane, malgrado l’impossibilità temporanea di prossimità e di contatto fisico.

Cosa stiamo imparando, mentre aspettiamo la fine di questa storia, impauriti, nevrotizzati e addolorati?  Innanzitutto, verifichiamo che il dolore e la perdita sono realtà inoppugnabili delle nostre vite, che la negazione mistificatrice di questa esperienza umana drammatica pone un’innaturale cesura e provoca un distacco patologico da noi stessi. La Covid 19 ci obbliga ad evitare, per ora, il contatto fisico con gli altri ma non dobbiamo permettere a questo virus assassino e alle misure necessarie di prevenzione sanitaria di impedire anche il nostro contatto con noi stessi. Mantenere questo “ultimo contatto possibile”  comporta innanzitutto il riconoscimento doloroso del vero senso tragico di quanto stiamo vivendo, senza mistificazioni edulcorate della quarantena e del significato dell’attesa; dobbiamo raccontarci questa storia di vincoli, di rinunce e di perdite con onestà intellettuale ed emotiva; il contatto con noi stessi ci dona la possibilità di conservare le nostre rimembranze e le nostre storie, piene però anche degli altri e delle storie degli altri… e questo esercizio edificante di memoria e di narrazione ci permetterà di recuperare la nostra umanità, fondata sui legami e sul senso comunitario. Questo impegno narrativo può ora avere solo dimensioni solitarie o in piccoli nuclei affettivi e familiari, ma presto o tardi tornerà ad avere la giusta dimensione di condivisione comunitaria. La nostra memoria, la memoria delle nostre storie e delle nostre vite sarà, anch’essa, un’arma di resistenza e sopravvivenza. È per questo che i nostri vecchi, vero deposito di memorie e di umanità, vanno protetti e salvati come risorsa preziosa e bene collettivo. Se non perdiamo le nostre capacità di libero giudizio, ricordiamo e apprezziamo le nostre vite, le risorse e i privilegi che precedevano questa triste pagina di storia, sapremo raccontarci e condividere cosa vogliamo recuperare e salvare del nostro passato, anche recente, e non permetteremo di farci oscurare solo dalla nostra paura che pretende vincoli ristretti e la necessità perenne di controllo collettivo.

Osservo inoltre e una volta di più che la psicopatologia, i sintomi e i disturbi psicologici, sono sempre frutto del tentativo eroico ed estremo di adattamento alla realtà, e mi rendo conto sempre che questo tentativo è alfine, almeno parzialmente, riuscito. I sintomi psicologici sono il compromesso, reso possibile dall’incontro con la realtà, tra il disturbo psicologico e le necessarie esigenze di adattamento. Un compromesso che prevede il pegno del disagio e dei vincoli comportamentali per ottenere una risposta per quanto possibile adeguata. Anche ora, in questa situazione di estrema difficoltà, a cui è difficile adattarsi per un lungo periodo, i nostri disagi e i nostri disturbi psicologici sono il tentativo drammatico di far fronte ai vincoli, al pericolo e al dolore.  Tentativi di compromesso che, ironia della sorte, sono o possono essere più efficaci dei comportamenti e delle strategie di buon senso. È la drammatica stravaganza di questa folle emergenza che apre un varco possibile all’adattamento privilegiato dei comportamenti disturbati. Ma questo esito di successo bislacco dei disturbi psicologici alimenta solo il mio rispetto nei confronti di chi, nonostante la patologia psicologica, tenta comunque di adattarsi al mondo e alle difficoltà che pone la vita. Rispetto, apprezzamento e, aggiungo soprattutto in quest’ora buia, tentativo di emulazione: chi soffre ha sempre qualcosa da insegnare agli altri, anche e soprattutto perché per raggiungere i suoi scopi deve impegnarsi di più, costretto a trovare le soluzioni più complicate e sofferte di compromesso con la realtà.            

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Dott. Marco Petralia - Psicologo Psicoterapeuta Latina
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Ultima modifica: 27/01/2017