Il morso

Seduta sulla sedia, Emma non riesce più a trattenere le lacrime, cadono giù liberando la visione dal liquido amaro e restituendo contorni nitidi alle   immagini. Il suo sguardo non indaga più, non cerca più scrupolosamente le differenze, ora le sembra tutto così incredibilmente verosimile, così simile alla sua storia. Le due donne sedute di fronte sul piccolo palco le sembrano lei e sua madre. I singhiozzi e i sospiri inondano ogni istante ed ogni parola:

-Quanto tempo ti occorreva mamma per una carezza, per un bacio? Per una forchettata di pasta?

-Tu non volevi la forchetta, volevi solo il biberon

-Avevo sei anni mamma!

-Ti piaceva tanto mangiare così e io non riuscivo a farti cambiare idea

-Mi ignoravi

-Avrei voluto vedere te al mio posto. Avevo tutto sulle mie spalle: la terra, l’orto, la casa, gli animali… tuo padre, tuo nonno, tua sorella, tu… tutto sulle mie spalle! Non avevo tempo per certe cose!

-Non è vero, non è stato per questo. Non puoi usare sempre la scusa del tempo per risolvere tutti i problemi.

Emma si alza di scatto dalla sedia, fa un lungo sospiro per cercare di fermare i singhiozzi, e scuote energicamente la testa.  Laura tocca le spalle delle due donne sedute una di fronte all’altra e queste smettono di parlare. – Che c’è Emma? Vuoi dire qualcosa?

-Io non le ho mai detto che il tempo era una scusa, per me non era così chiaro, anzi a dire il vero me ne rendo conto solo adesso, ascoltando loro, che effettivamente mia madre usava questo argomento per mettermi a tacere.
Laura sorride dolcemente, si avvicina ad Emma e le prende le mani. Emma sente il calore confortante della stretta scioglierle il respiro. La donna parla lentamente e con voce rassicurante:

-Emma sei tu che ce lo hai raccontato. Ogni tua parola, ogni tua descrizione ci ha portato in questa direzione. Se tu vuoi qui hai l’occasione di controbattere le scuse di tua madre, di riscattare il tuo senso di impotenza per non essere riuscita ad esprimere davvero quello che provi.  Desideri che la Emma che stiamo rappresentando sul palco dica alla madre che usa il tempo come una scusa per giustificarsi e troncare ogni discorso, o preferisci che succeda qualcos’altro?

- Vorrei che Emma dicesse le cose che dico io: mamma perché non mi facevi masticare? Perché mi frullavi tutti i pasti? Vedi, ora sono grande eppure non riesco ancora a mangiare come le persone normali.
Laura torna sul palco e si riavvicina alle due donne. Poi guarda Emma:

- E che cosa deve dire la madre?

Emma risponde: -Mia madre dice: tu sei nata con questo problema, non è colpa mia! -, poi si risiede e china la testa come se non volesse più continuare. Laura scende dal palco, si accomoda vicino a lei e la abbraccia.
Emma torna a guardare il palco e allora le donne riprendono a parlare.

-Ero piccola mamma, se tu mi davi il biberon io mangiavo col biberon, non è che lo preferissi, eri tu a decidere.

- Io lavoravo, non potevo perdere tutto il giorno per cercare di farti ingoiare un pezzo di carne, e poi dov’è che ho sbagliato? Tutti sanno masticare, e non è che hanno avuto le mamme dietro a insegnargli come si fa!

- E perché allora non mi davi mai cibi solidi? Perché quando mi capitava di addentare qualcosa ti spaventavi e mi dicevi: “attenta che ti strozzi, attenta mastica bene”?

- Perché vedevo che non eri capace

Emma si alza: - imbranata mi diceva, imbranata!

La donna che interpreta la madre sul palco fa un cenno di assenso col capo e riprende:

-Mi spaventavo perché … eri imbranata!

-Imbranata?

-Si, imbranata. Tu sei nata con questo problema, non è colpa mia.

-Non è vero non ho nessun problema, io so masticare!

-E allora mangia… mastica tutti i cibi che vuoi

-Non posso, perché ho paura…. Ho paura

Emma si alza dalla sedia e fa un cenno con le mani.

-E’ proprio così, proprio così che parliamo io e mia madre. Possiamo fermarci un attimo? Vorrei fumare una sigaretta.

Laura guarda tutte le persone presenti nella sala, e le donne sedute sul palco. Alza la mano aperta e tutti capiscono che ci sono 5 minuti di pausa. Qualcuno si avvicina alla porta e accende la grande luce del salone. Le donne scendono dal piccolo palco. Emma esce in strada e fuma a grandi boccate una sigaretta. La sera è mite, in lontananza si sente il rumore di qualche auto passare. Laura non vorrebbe mai dare la pausa per non disperdere la l’attenzione e l’atmosfera, ma sono più di due ore che il gruppo è concentrato su questo lavoro, e non si può chiedere l’impossibile a persone già così impegnate.

Emma ha gli occhi lucidi, ma ha un’espressione soddisfatta. Laura le sorride, ma non parla, non vuole interferire in alcun modo su quello che sta provando ora la giovane donna.

Tutti ritornano in sala. Emma sale sul palco, forse ha voglia di fare lei la scena. Laura si avvicina.

-Perché hai paura di masticare? Temi di strozzarti, di soffocare?

-Io mangio lentamente, trituro molto bene il cibo, ed inghiotto con calma. Ma mi affatico, sono tesa, e subito mi stanco. Come dice mia madre per me masticare non è naturale! Così mi ritrovo spesso a mangiare frullati o passati di verdure.

-Mentre tu mangiavi a pranzo il tuo biberon, tua madre cosa faceva?

- Non so bene cosa facesse, non c’era, non era lì a guardarmi, non restava mai a mangiare con me. Nessuno mangiava mai con me a tavola. Io ero la più piccola, avevo un altro orario. Io dopo, mentre loro mangiavano, mentre loro chiacchieravano, dovevo stare di là con il nonno, o a fare i compiti. Io non potevo stare a tavola con loro.
Intanto le due donne risalgono sul palco, sorridono dolcemente ad Emma e aspettano in piedi nuove indicazioni di Laura.

- Quindi tu mangiavi da sola?

- Si.

C’è qualcosa che vorresti dire a tua madre?

Emma si avvicina alla donna che interpreta la madre e la fa accomodare su una sedia. La guarda dritta negli occhi:

-Si, tante cose e ora sento di poterlo fare….

La luce grande della sala si spegne e si riaccendono quelle del piccolo palco dedicato allo psicodramma.

 

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Ultima modifica: 27/01/2017