Alla ricerca del lavoro perduto o mai trovato

Lo psicologo del disoccupato

Il dramma personale della perdita del lavoro e la questione sociale della disoccupazione non fanno ormai più notizia.  Intorpiditi dall’opulenza e dall’ipertrofia del sistema delle informazioni subiamo e registriamo le notizie senza più reazioni emotive; restiamo annoiati e incapaci di impressionarci anche davanti alle notizie più tragiche. Il mondo del lavoro versa oggi in condizioni drammatiche e la disoccupazione, indotta dall’onda lunga della crisi economica, ha peggiorato notevolmente il tenore di vita dei cittadini e delle famiglie. Così purtroppo la cronaca nera si arricchisce di fatti tragici che derivano da questo fenomeno complesso; in effetti il dramma della precarietà e della povertà indotte dalla perdita del lavoro si traduce talvolta in eventi raccapriccianti, suicidi, vendette, violenze e discriminazioni crudeli. Ma noi, appunto, non ci lasciamo più impressionare e accettiamo la disoccupazione come un esito necessario dei nostri tempi attraversati dalla crisi economica; la perdita del lavoro è lo scotto, il pegno drammatico che paga la società dei consumi per mantenere la stabilità economica e finanziaria e per continuare ad offrire prodotti e servizi di alta qualità, cioè per conservare il nostro benessere… Ma è davvero così? È proprio necessario che molti di noi, giovani e meno giovani debbano restare ai margini del mondo del lavoro per mantenere e proteggere l’equilibrio prezioso della società del benessere e dei consumi? Ma, soprattutto, è giusto accettare con compostezza e rassegnata saggezza questo necessario sacrificio di una parte della società potenzialmente attiva? Personalmente e come psicologo mi chiedo con dolore se sia sano adattarsi stoicamente a tutte le difficoltà di vita che le politiche economiche e sociali pongono in essere; la capacità di adattamento, che il contesto storico attuale richiede, può sembrare una forma di resilienza, utile alle persone che lavorano, per affrontare gli esiti della crisi che nel corso degli anni peraltro si va cronicizzando, continuando a mietere vittime necessarie. A queste domande provocatorie, relative all’atteggiamento e al ruolo politico e sociale dei cittadini, non do le mie personali risposte in questo spazio scritto ma le pongo per definire ancor meglio la cornice di significati in cui si compie il dramma del lavoro, pieno di domande, di rabbia, di desiderio di rivolta ma anche di rassegnata impotenza.

In questo spazio intendo dare testimonianza della mia personale esperienza clinica in riferimento ai fenomeni di cui ho parlato prima. Sempre più spesso chiedono consulenza e accedono al mio studio clienti che presentano sofferenze e disagi psicologici contestualizzati in un racconto di vita appesantito dalle difficoltà economiche e relazionali scaturite dalla perdita del lavoro e dalla difficoltà a ricollocarsi. Anzi spesso le cose appaiono unite da una causalità circolare: le problematiche del lavoro facilitano l’emersione e l’espressione di sintomi psichici e somato-psichici e il disagio esistenziale e psicologico che ne consegue ostacola ed impedisce a sua volta l’impegno e l’atteggiamento adeguato per darsi da fare a cercare una nuova occupazione lavorativa; e possiamo quindi descrivere il fenomeno circolare anche al contrario: forme nevrotiche di adattamento sociale, disturbi relazionali e di personalità ostacolano l’aderenza al contesto socio-lavorativo attuale caratterizzato da instabilità e precarietà, boicottando le scarse opportunità lavorative e formative che si presentano nei percorsi di vita delle persone; la difficoltà a riconoscere e cogliere le occasioni di lavoro amplificano poi i disagi psicologici che continuano drammaticamente ad ostacolare le capacità necessarie per un sano esame della realtà sociale e lavorativa. Sembra una spirale crudele che trascina le persone più fragili e anche meno fortunate ai margini del mondo del lavoro e le abbandona nel girone infernale dei disoccupati. E l’esito appare spesso definitivo. Questa metafora evidenzia lo stato di sofferenza, il giudizio che pesa, la punizione inesorabile e l’ineluttabilità spietata di questo destino. Nel colloquio clinico le persone si raccontano spesso come dei condannati senza appello alla condizione deplorevole e al ruolo ignobile di disoccupato. Il senso della perdita appare pervasivo e campeggia nei discorsi: perdita di senso, perdita di ruolo e di identità, perdita di rapporti, perdita di benessere economico e di oggetti, perdite che possono compiersi inesorabilmente nel perdita di sé. Non c’è e non si vede alcuna possibilità di riscatto. Lo stato depressivo accompagna quasi sempre questa condizione e si riconosce subito negli aspetti e nel linguaggio non verbale: postura dimessa, gesti rallentati, sguardo triste e spento, mimica quasi assente ed eloquio lento, monotono e lamentoso. Il contenuto del discorso presenta temi catastrofici e fatalistici, v’è il riconoscimento di un destino infausto, beffardo e spietato. Talvolta lo stato depressivo è mascherato da ostilità, rabbia e forme verbali di ribellione, irritabilità nel dialogo e scarsa attenzione per l’interlocutore ma il racconto di sé e della propria vita esprime soprattutto un senso forte di perdita e di impotenza di fronte alle avversità. Si riscontrano, con una buona frequenza, disturbi di somatizzazione, circoscritti o pervasivi ed eccessive attenzioni ipocondriache; un precario senso di autostima si accompagna ad un commovente e ineludibile bisogno di riconoscimento sociale del proprio valore e soprattutto della propria condizione di vittima; il racconto di sé è foriero di una rivendicazione e di una richiesta forte di risarcimento sociale e assistenziale; lo stato di disoccupazione viene raccontato talvolta come una condizione sopraggiunta di invalidità civile che merita un adeguato riconoscimento e il dramma trova qui il suo compimento psicologico: questi clienti mi chiedono di essere un testimone rispettoso e complice del vissuto di impossibilità a reagire e cambiare lo stato delle cose; la nuova identità di invalido chiede di essere vista, compianta e accolta ma non contestata; ne va accettata l’inabilità a costruire nuove opportunità e nuovi ruoli sociali e lavorativi. Affaticamento e stanchezza cronica testimoniano e dimostrano l’esaurimento delle risorse personali, sopraggiunto con la disoccupazione subita e ingiusta. L’impotenza si può manifestare anche attraverso altri sintomi e la drammatica creatività espressiva del dolore psicologico è molto ricca: sintomi ossessivi e compulsivi, dipendenza psicologica, forme istrioniche di rappresentazione della sofferenza, ansia generalizzata e attacchi di panico, ecc. Quando il colloquio psicologico incontra questo tema delicato gli altri argomenti possono finire sullo sfondo, i sintomi psicologici raccontati si legano alle esperienze del curriculum professionale e lavorativo e la propria storia si confonde con la storia formativa e professionale che culmina nel dramma della perdita, nel lutto per il lavoro perduto. La storia della propria vita privata e dei propri legami non riesce a soccorrere e a supplire la tragedia della perdita delle appartenenze relative al contesto lavorativo: rimane a raccontarsi un’identità precaria e anonima, apparentemente senza radici e privata delle appartenenze costitutive dell’età adulta e produttiva; rimane un’identità che ha perso i suoi significati e la capacità di costruire e dare senso agli eventi della propria vita; rimane un’identità orfana e sterile. Ma rimane anche, come in ogni condizione di sofferenza umana, il bisogno di raccontarsi e di essere ascoltati: il racconto di sé e delle proprie storie di vita è l’estremo tentativo di recuperare i frammenti di un’identità lacerata, è l’addolorato tentativo di mettere insieme i cocci di un’identità che sente di non riuscire a sopravvivere.

Davanti al dramma di questa umanità naufragata e approdata al mio studio quale risposta onesta posso offrire? Posso vestire “solo” i panni dello psicologo clinico e dello psicoterapeuta? Posso valutare correttamente la gravità dei disturbi psicologici, dei sintomi manifestati e proporre e fornire “solo” un intervento di cura ragionevole, conservando la sensazione di aver dato riposte giuste e complete? A me non basta questa versione del mio ruolo professionale. E sento che non basta neppure alle persone che chiedono il mio aiuto psicologico. Io credo di dover accogliere tutta la complessità e la drammaticità che si manifesta in questo tipo di pazienti; sono pazienti che sentono di aver perso quasi tutto insieme al lavoro e la risposta clinica non può prescindere, secondo me, dall’attenzione empatica che devo rivolgere alla complessità del disagio. Io così concepisco il mio mestiere. Così provo a dare una risposta onesta alla domanda di aiuto di queste persone; accolgo la sintomatologia clinica e la calo nel contesto sociale, culturale ed economico di riferimento; gli eventi significativi della vita delle persone non sono solo quelli privati, relativi alle relazioni fondamentali e all’affettività ma sono anche gli eventi e le trasformazioni sociali e culturali, le politiche e le scelte economiche della storia del nostro tempo. Io non posso trascurare la realtà attuale e l’impossibilità dei pazienti disoccupati di costruire un nuovo approccio alla vita e all’occupazione. Non posso trascurare le loro precarie disponibilità economiche; non posso evitare di sostenere con le mie competenze e sollecitare un’eventuale nuova ricerca di lavoro. Si tratta spesso di persone che non hanno più neanche il coraggio e la capacità di scrivere il proprio curriculum perché il curriculum formativo e professionale è la testimonianza del fallimento personale, dell’onta subita, della perdita della propria dignità. Peraltro le esperienze lavorative maturate nel passato diventano oggi un peso per il lavoratore e per il mondo aziendale, un fardello di cui disfarsi senza troppa rimpianti: un lavoratore con maggiore esperienza è un lavoratore che si adatta con maggiore difficoltà al nuovo, un lavoratore che pretende il rispetto dei contratti e stipendi adeguati alle competenze maturate. Ma il mondo del lavoro e delle aziende sostiene di non poter sostenere impegni e costi fissi ragguardevoli; non può fare piani programmatici e preferisce la competitività e il processo di innovazione continua alla pesantezza delle esperienze maturate. Per i miei pazienti, che hanno perso il lavoro, ricominciare a guardare e comprendere le trasformazioni del mondo del lavoro diventa nauseante e angosciante. Meglio l’oblio e la marginalità. Io mi sento responsabilizzato a sostenere il loro tentativo di reintegro nel mondo del lavoro, facendo riferimento a tutte le mie risorse professionali: io sono psicoterapeuta e sono anche psicologo del lavoro e metto al servizio di questo intervento tutte le competenze maturate nei diversi contesti; aiuto così i pazienti ad avere di nuovo una percezione adeguata anche se dolorosa del mondo del lavoro e delle realistiche opportunità occupazionali del settore lavorativo di provenienza. Accompagno e sostengo il processo di presa di consapevolezza delle proprie competenze e delle proprie potenzialità spendibili sul mercato del lavoro. Le persone hanno bisogno di riconoscere con onestà i propri limiti per evitare facili delusioni e scoramenti –limiti caratteriali e di temperamento, limiti motivazionali, limiti nelle competenze e nella formazione professionale, ecc.-; hanno bisogno di un orientamento psicologico e professionale per pianificare interventi formativi ad hoc. La ricerca del lavoro deve essere orientata e non dispersiva; in un mercato del lavoro asfittico ma orientato all’innovazione e alla concorrenza spietata non si può cercare un “lavoro qualunque” ma bisogna cercare il “proprio lavoro”; e se questo non è sufficiente bisogna imparare a costruire da sé la propria occupazione. In questo processo di aiuto e condivisione di scopi col paziente i sintomi finiscono talvolta sullo sfondo dell’incontro e perdono importanza e funzione; in sostanza io mi dedico certamente al processo psicoterapeutico rivolto ai disagi e ai disturbi psicologici del paziente ma continuo a guardare la complessità della sua vita e a sostenere il tentativo necessario per far fronte alle enormi difficoltà che la perdita del lavoro comporta.

Accanto alla problematica adulta della perdita del lavoro c’è purtroppo nella nostra società anche una problematica giovanile relativa alla drammatica difficoltà a collocarsi nel mondo del lavoro per la prima volta.  I giovani del nostro tempo infatti non riescono a costruire una strategia efficace per cercare e trovare un’occupazione lavorativa adeguata e soddisfacente. Il contesto attuale in effetti è poco ricettivo anche nei loro riguardi e non è in grado di offrire le giuste opportunità a chi cerca di fare il primo ingresso nel mondo del lavoro. Questo è uno dei motivi per cui molti giovani, incerti e smarriti ma consapevoli delle grandi difficoltà che incontreranno, si bloccano e non riescono a seguire nessuna strada: non riescono a completare gli studi con successo, non riescono ad individuare e seguire un valido iter formativo, non sanno orientarsi verso esperienze formative e lavorative adeguate, non sanno proporsi, non sviluppano fiducia, perdono autostima e motivazione lungo il percorso. Mi trovo ad accogliere le richieste di aiuto di molti giovani studenti o giovani non ancora occupati che, accanto ai disturbi e ai sintomi psicologici presentano il forte disagio di non riuscire ad integrarsi professionalmente nel contesto sociale e formativo-lavorativo attuale. Anche in questo caso i disturbi meramente psicologici – mi capita di riscontrare soprattutto disturbi somatoformi- si confondono nella storia dei giovani pazienti con i problemi di relazione, socializzazione e integrazione connessi all’interruzione del processo di maturazione formativa e professionale. Per riattivare un sano orientamento al benessere psicologico in questi giovani pazienti è necessario mettere in atto un intervento integrato che includa il discorso psicologico nel più ampio contesto socio-culturale del nostro tempo di crisi economica e finanziaria; sento, anche in questi casi, di avere bisogno di un’ottica complessa che inquadri il disagio personale ed esistenziale insieme al disagio relativo alle difficoltà incontrate nel processo formativo e professionale;  c’è poi la necessità di inquadrare questa problematica complessa nel più ampio processo maturativo e di crescita cui vanno incontro i giovani nel periodo della tardo-adolescenza, un periodo in cui si confrontano il bisogno di individuazione con quello di appartenenza (famiglia, amici, ecc.), il bisogno di autonomia con quello di dipendenza. I giovani hanno bisogno di arrivare, alla fine del percorso formativo, ad essere pronti a fare il salto nel mondo degli adulti. E nel mondo degli adulti si dovrebbe poter lavorare ed essere indipendenti… Ma se il processo si interrompe e si blocca va riattivato, anche con la psicoterapia. Aiutare questi giovani ad orientarsi verso direzioni originali formative e lavorative, coerenti alle loro motivazioni e ai loro desideri è certamente uno scopo terapeutico ed è, secondo me, un intervento legittimo e lungimirante. Questi giovani vanno aiutati a riprendere il proprio percorso maturativo con lo scopo di facilitare l’integrazione sociale e lavorativa; anche in questo caso sento la necessità etica di orientare il mio lavoro psicoterapeutico in questa direzione e di restare accanto a questi giovani pazienti per aiutarli ad affrontare efficacemente la problematica descritta.

Lettura suggerita

  • Giuseppe Ferrari, Psicologo clinico del lavoro, 2012 Edizioni Ferrari Sinibaldi

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Ultima modifica: 27/01/2017