L'Altro a parte me

La capacità di mettersi da parte e la psicoterapia di gruppo

San Giovanni il Battista disse, in riferimento a Gesù: “bisogna che egli cresca ed io diminuisca”, così sta scritto nel Vangelo. Ecco un mirabile esempio del coraggio di mettersi da parte, di uscire di scena. Peraltro si tratta di un uomo carismatico che aveva fatto numerosi discepoli e catturato l’attenzione curiosa e piena di speranze degli uomini del suo tempo e della sua terra. Eppure Giovanni il Battista battezza Gesù, esce di scena e si spengono le luci sulla sua vita: si sa soltanto che viene imprigionato e poi decapitato per il capriccio di una donna. La capacità virtuosa di farsi da parte è poco praticata e per nulla perseguita nel nostro tempo che preferisce invece accarezzare il nostro narcisismo; è meglio essere guardati e stare sotto la luce dei riflettori piuttosto che restare nell’ombra dello sfondo; vogliamo, con Narciso, specchiarci e ritrovare sempre e soltanto noi stessi nell’immagine riflessa piuttosto che fare anche noi da specchio per gli altri, in un processo sano di rispecchiamento reciproco, realizzando la possibilità di un incontro onesto con l’altro, con la diversità dell’altro. La reciprocità, in cui ognuno vede con gli occhi dell’altro ed esercita la funzione di specchio per l’altro, garantisce l’opportunità di riconoscere la diversità, l’alterità; una relazione fondata sulla reciprocità empatica ci arricchisce nell’altro. Mentre il nostro narcisismo ci fa perdere questa occasione: ripiegati su noi stessi e poco disponibili all’incontro con gli altri, vogliamo soltanto essere gli interpreti principali della storia, perfino delle storie e delle vite degli altri…

Chi riesce a dire oggi: “bisogna che egli cresca e io diminuisca” - in riferimento all’Altro - senza rabbia, senza un fremito di paura, senza il terrore di scomparire? L’angoscia narcisistica di sparire dallo sguardo dell’altro ci annienta; il timore di non essere più visti né considerati evoca il rischio di disintegrarsi, di perdersi anche ai propri occhi. Se noi ci mettiamo da parte perdiamo l’amore dell’altro e la vita; chi ci cercherà? Chi ci troverà nella terra di nessuno, dove nessuno ci guarda? L’angoscia viene alimentata da una possibilità esistenziale inaccettabile: se non siamo più nello sguardo degli altri forse non esistiamo più. E allora è meglio non rischiare: l’altro non può crescere - cioè occupare il suo spazio di vita - e anzi deve continuamente diminuire per fare spazio a noi, in un processo relazionale che deve confermare, rassicurandoci, la nostra immagine, l’immagine che noi vogliamo vedere riflessa nell’altro. Ecco l’alternativa narcisistica: o la scena, i riflettori e la vita o lo sfondo, l’oscuro e forse la morte.

La storia degli uomini non è fatta solo di grandi guerre, vittorie e sconfitte, scoperte e conquiste, grandi personaggi ed eroi tragici ma è attraversata da moltitudini rimaste sullo sfondo che hanno espresso, talvolta involontariamente, un altro tipo di coraggio, che hanno coltivato un altro eroismo: quello di non apparire, di preparare la scena per gli altri e proteggerne il cammino, di raccontare e custodire la storia. Le moltitudini rimaste sullo sfondo hanno fatto e scritto la vera storia dell’umanità e se ne sono presi cura.

Poi ci sono anche gli eroi che non sono morti “giovani e belli” sulle ali gloriose della storia ma che hanno avuto il coraggio encomiabile di lasciare la scena prima della gloria e prima della tragedia. Persone come il Giovanni Battista del Vangelo, che sparisce sullo sfondo dopo aver annunciato la venuta del Cristo; persone, chiamate a scrivere la grande storia che hanno fatto la loro parte ritirandosi poi a vita privata, nell’oblio degli altri, senza rivendicare altro tempo e altro spazio. E gli storici hanno lodato queste persone che non hanno indugiato sulla scena, apprezzandone la modestia e la capacità di mettersi da parte: così abbiamo ricevuto dalla Storia il racconto mitico di Cincinnato, uomo forte e schivo, chiamato dai consoli romani a salvare la città. Cincinnato, con responsabilità, raccolse la richiesta dei concittadini romani e, dopo l’impresa, rinunciò alla gloria, smise le vesti onnipotenti del dittatore e ritornò a vita privata, a lavorare il suo campo. E sparì dallo sguardo degli altri. Perché conosciamo questa storia? Perché la raccontiamo o la ascoltiamo e ne apprezziamo il valore morale? Perché non ci piacciono solo gli eroi ad oltranza ma anche chi rinuncia, dopo la gloria, alla gloria, chi, dopo aver accarezzato la popolarità, preferisce l’anonimato. Cincinnato come Giovanni Battista. E come tutti coloro che, dopo l’impresa, pubblica, apprezzata e riconosciuta, sono in grado di impegnarsi nella vita con ugual coraggio nell’ombra, lontano dagli sguardi e dalle lodi. Una vita discreta e schiva, utile per sé stessa e soprattutto per gli altri.

I Narcisi contemporanei non vorrebbero e non potrebbero mai rinunciare al piacere e alla gloria degli sguardi e degli specchi; per loro non v’è solo l’abbraccio mortale con la propria immagine riflessa ma purtroppo e, tragicamente, li aspetta inesorabilmente l’allontanamento temuto e mortifero dallo specchio: “oltre lo specchio niente”. Uno scacco, una condanna che rende la vita sotto i riflettori un inferno; una condanna che rende lo sguardo - e lo specchio - un carnefice ammaliante e Narciso la sua vittima designata; chi guarda mantiene in vita chi è guardato ma può togliergli la vita: si tratta di una tortura e una dipendenza crudele. Narciso non può scegliere: è condannato a grandi gesta, a essere attraente e prestante, sempre degno dello sguardo e del plauso degli altri. Non v’è riposo: uno specchiarsi edonistico ma drammatico e compulsivo; Narciso ha troppa paura di lasciare la scena e rinunciare allo specchio; non può fare come Giovanni il Battista o Cincinnato e la sua paura si alterna con la delusione e con la rabbia: la delusione di non sentirsi all’altezza dello sguardo ammirato degli altri e la rabbia per il potere soggiogante che gli altri hanno su di lui, distogliendo lo sguardo. I narcisi contemporanei godono e si straziano nell’obbedienza all’imperativo categorico che li vuole assolutamente performanti nell’aspetto e nell’impresa… Questo piacere e questo dolore sono risparmiati invece a chi è in grado di mettersi da parte e non ha bisogno delle luci della ribalta per vivere. Ma questa virtù discreta, fondata sulla riservatezza e sull’umiltà, non è adatta e non appartiene più al nostro tempo e al nostro contesto sociale e culturale, che preferisce per l’appunto allevare narcisi, dediti a sé stessi e performanti ad oltranza.

C’è un bel libro del filosofo Duccio Demetrio, “La vita schiva” (Raffaello Cortina, 2007) che elogia la timidezza e la solitudine, attitudini umane non più “à la page” ma piene di inesplorate virtù. La timidezza e la sua matrice più primitiva, la vergogna, sono emozioni forti ma riservate che permettono, a chi le patisce, di apprezzare l’allontanamento, voluto o subito, dal consorzio umano; un carattere timido genera riservatezza e protezione, conduce al silenzio, al contatto intimo con sé stessi in assenza dello sguardo degli altri, al conforto della solitudine di una vita schiva: le persone che riescono a congedarsi, anche temporaneamente, dagli altri trovano appagamento in una vita ritirata e riflessiva che dona gratificazioni dei sensi e del pensiero ignote a chi non sa restare solo, a chi non sa rinunciare mai al sostegno che la presenza degli altri garantisce. Lungi dall’essere il frutto di una morbosità psichica che genera solo disagio e sofferenza esistenziale, l’esperienza emotiva della vergogna e l’attitudine alla timidezza e al pudore generano un sano rispetto verso sé stessi e gli altri, favoriscono relazioni umane gentili e fondate sulla reciprocità dell’ascolto, ostacolano l’espressione impulsiva, aggressiva e invadente delle proprie emozioni facendo spazio piuttosto all’empatia e alla tenerezza, all’emotività mediata dall’introspezione.

La persona che ha sviluppato queste capacità e che ha il dono di queste virtù riesce a stare in relazione senza divorare gli interlocutori e il contesto relazionale, sa guardare ed essere guardato in un rispecchiamento reciproco, sa stare accanto all’altro ma un po’ indietro, lasciandogli l’opportunità di esprimersi senza fretta. Infatti sapersi mettere da parte è, nella relazione, saper stare accanto ma un po’ indietro, lasciare tempo e spazio all’altro; e lo sa bene chiunque faccia mestieri di aiuto come l’infermiere o l’assistente sociale, come il medico o lo psicologo; chi, narcisisticamente invece, non sappia lasciare la scena all’altro non riesce di fatto ad aiutarlo perché non riesce a “diminuire - la propria presenza - per far crescere l’altro” e le sue potenzialità maturative ed espressive; la persona che intenda prendersi cura dell’altro deve sapersi mettere da parte per dargli modo di  raccontarsi ed essere ascoltato, di manifestarsi liberamente ed essere accettato, di sentirsi veramente degno di essere amato. In una psicoterapia efficace lo psicologo deve saper condurre la relazione di cura e il setting per aiutare il paziente ad occupare lo spazio e il tempo necessari per esprimere compiutamente sé stesso. Per questo il processo psicoterapeutico ha bisogno di tempo in termini di durata, di frequenza e di ripetizione; e lo psicoterapeuta deve stare là, accanto al paziente ma, idealmente, un po’ indietro, disponibile a riconoscere e accogliere i tempi della spontaneità espressiva, del recupero delle risorse e del cambiamento.  E lo sa pure ogni genitore che, nel processo di crescita e sviluppo dei propri figli, deve imparare a mettersi intimamente accanto a loro ma un po’ indietro per lasciargli lo spazio e il tempo giusto dell’apprendimento e della maturazione fisica, psicologica e sociale. Ma non è facile sviluppare la funzione genitoriale in questa direzione: il compito, di accudimento affettivo e protettivo prima e di insegnamento e socializzazione poi, richiede un ingente investimento emotivo e intellettivo e pretende un impegno costante e quotidiano. I genitori, investiti della responsabilità di questo compito oneroso, sostenuto solo dalla carica emozionale ed affettiva, si sentono troppo sollecitati ad occupare la scena relazionale con grande solerzia, oscurando inconsapevolmente e per eccesso di zelo, il gioco e l’impegno dei figli. Peraltro l’intensità del legame di attaccamento corre il rischio di esaurire anzitempo le risorse che devono sostenere il lungo processo che porta all’individuazione dei figli e questo burnout genitoriale può generare l’uscita di scena precoce e inopportuna dei figli dalla vita dei genitori; si può dire con amara ironia, in questo caso: “bisogna che il figlio diminuisca, prima ancora di crescere, e che il genitore torni a crescere”. Il genitore può sentire la necessità narcisistica di riprendersi la vita e la scena, relegando il figlio sullo sfondo della sua stessa esistenza. I genitori, in sostanza, sono coinvolti in una relazione totalizzante che fanno fatica a sostenere e possono sentire, per questo, l’urgenza narcisistica di riemergere dallo sfondo del processo di attaccamento e crescita dei figli per ritornare ad essere i protagonisti principali della storia, della propria storia e, ahimè talvolta, anche di quella dei propri figli. Ma i genitori che sanno giocare il proprio ruolo mettendosi opportunamente da parte danno ai propri figli la possibilità di crescere secondo i propri tempi di maturazione psico-fisica, senza urgenze di tipo prestazionale e attraverso la valorizzazione dell’esperienza e dell’errore. Il genitore “sufficientemente buono” sa alternare la presenza sulla scena con l’assenza: talvolta si pone come modello da imitare e talaltra si pone generosamente “dietro” al figlio per incoraggiarlo e sostenerlo nell’impresa e nel processo complesso dell’apprendimento.

Anche gli attori di teatro conoscono bene l’importanza della capacità di mettersi da parte sulla scena, di saper stare dietro le quinte in attesa, di saper rinunciare al “primo piano” e agli applausi: una rappresentazione a teatro è sempre il frutto maturo di un impegno corale di molte maestranze e molti professionisti che collaborano a diverso titolo all’impresa e l’esito quindi non è quasi mai solo nelle mani del grande attore e protagonista dello spettacolo. Il teatro e il pubblico accarezzano e inebriano pericolosamente il narcisismo di chi fa il mestiere dell’attore e il rapporto narcisistico con il pubblico, con i suoi applausi o le sue critiche, può compromettere la maturazione e l’espressione del talento attoriale. Un attore deve apprendere una sana disciplina di scena e imparare a lavorare in piena sintonia con i colleghi della “compagnia”, rispettando i tempi e le parti di tutti i personaggi; necessita di grande talento anche chi deve sostenere il ruolo importante dell’attore di spalla, che porge la battuta al protagonista e dà il ritmo alla scena; l’attore di spalla ha una funzione strategica enorme e quasi invisibile per la costruzione della storia e del contesto e sa pronunciare le proprie battute per favorire e sostenere l’espressione potente, comica o drammatica, del protagonista. Un attore insomma deve imparare a non farsi travolgere dal proprio narcisismo e dal desiderio di divorare con la propria bravura la scena, i personaggi e gli attori. Il talento va alimentato invece dalla disciplina, dalla ripetizione dell’esperienza, dall’imitazione, dall’umiltà e dalla collaborazione, per riuscire ad affrontare con coraggio le luci della ribalta e accettare l’uscita di scena dietro le quinte.

Lo Psicodramma è l’incontro fruttuoso della Psicologia Clinica con il Teatro: l’effetto catartico (scarica emotiva, purificazione, ecc.) è noto dai tempi dell’antica Grecia e il Teatro è sempre stato uno strumento attraverso il quale è possibile conoscere le cose umane e prendere consapevolezza di sé stessi. La psicoterapia di gruppo condotta con il metodo dello Psicodramma utilizza il contesto teatrale per realizzare un setting terapeutico e le tecniche attoriali per mettere a punto delle tecniche psicoterapeutiche. Ogni psicoterapia di gruppo, e lo Psicodramma in modo particolare, aiuta a prendere consapevolezza dell’importanza della capacità di mettersi da parte per far posto agli altri; noi non possiamo star bene se le persone accanto e intorno a noi non stanno bene; non possiamo pretendere di essere ascoltati e compresi se non diamo la giusta attenzione agli altri; non possiamo sperare di essere amati se non impariamo ad amare. In una sessione di Psicodramma ogni partecipante può stare sulla scena e partecipare alle drammatizzazioni proposte dal conduttore oppure stare nel pubblico e assistere alle rappresentazioni; fare da spettatore e dare spazio all’espressione spontanea degli altri membri del gruppo favorisce un sano decentramento cognitivo ed affettivo: aiuta a prendere una giusta distanza dal proprio mondo interno e non farsi travolgere dai propri pensieri e dalle proprie emotività. Il pubblico dei partecipanti allo Psicodramma può rispecchiarsi nelle drammatizzazioni messe in scena dai membri del gruppo che vestono il ruolo degli attori e può assumerne il punto di vista, ridimensionando il proprio. Anche i giochi e gli scambi di ruolo messi in scena dagli attori nelle drammatizzazioni danno l’opportunità di apprendere e riconoscere i complessi significati psicologici e relazionali relativi all’assunzione di un ruolo: calarsi nel ruolo e nei panni di un altro arricchisce il proprio orizzonte, aiuta a prendere distanza da sé e dalle proprie responsabilità soverchianti e dà l’opportunità di sviluppare contatti umani più empatici; l’assunzione di un ruolo diverso dal proprio dà anche modo di lasciare lo spazio della scena agli altri: nella vita come nello Psicodramma la reciprocità dei rapporti si realizza con la capacità di alternare nel dialogo la parola con l’ascolto, il ruolo da protagonista con quello minore del coprotagonista, il primo piano con lo sfondo. Mettersi da parte per lasciare la scena all’altro è strumento e approdo di un processo circolare di crescita personale in cui la reciprocità relazionale è mezzo e scopo e si realizza grazie al dono di scambio dello spazio e del tempo necessari all’espressione libera e spontanea di sé.

Giovanni il Battista, mettendosi da parte e uscendo di scena, non ha dato solo la possibilità a Gesù di “crescere”, cioè manifestarsi pubblicamente e compiutamente, ma ha dato modo anche a sé stesso di trovare la propria strada e completare il proprio percorso in una dimensione crepuscolare, lontano dallo sguardo degli uomini e della “Grande Storia”. Giovanni il Battista ha aiutato Gesù ma ha donato a sé stesso il privilegio di una “vita schiva”.

Letture suggerite:

  • Ancelin Schutzenberger Anne, Lo Psicodramma, 2008, Di Renzo Editore
  • Demetrio Duccio, La vita schiva, 2007, Raffaello Cortina
  • Paris Joel, La psicoterapia nell’età del narcisismo, 2013, Raffaello Cortina

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Ultima modifica: 27/01/2017